20 Luglio 2017 Alberto

Festival e voglia di popolo

Che fare?

li concetto di popolo non è tra i più apprezzati del ventunesimo secolo.
Quell’idea, che da metà Ottocento è stata un vero miracolo ideologico-storico-politico – fondendo polis greca e grandi numeri attraverso la rappresentanza politica e i corpi intermedi nello Stato di diritto –, è crollata poco dopo la fine del secolo breve. Forse l’hanno fatta crollare le seducenti teorie complottiste sull’11 settembre? Forse l’ha fatta crollare la fine della sinistra? La recessione? In ogni caso, quando diciamo popolo, oggi, pensiamo a un ammasso di ignoranti paranoici alla deriva, ingovernabile ma paradossalmente manipolabile. Sostanzialmente, stiamo ripetendo, esattamente un secolo dopo, quella che fu la vera parentesi negativa nell’idea di popolo: il trentennio dei fascismi e delle adunate e dei discorsi dal balcone.
Questa rinnovata antipatia per il popolo viene forse dalla stagione del riflusso, che si è davvero compiuta solo nel nuovo secolo: l’affermarsi del centrosinistra a scapito della sinistra ha tolto dalle strade le ultime persone che ancora credevano di poter farsi popolo in senso positivo. La nostra esperienza quotidiana si è definitivamente ridotta a momenti privati immersi nel caos indistinto della vita urbana: senza parrocchie, sedi di partito, piazze, comitati di quartiere, troviamo nelle persone a noi più vicine o care un cosmo dotato di senso, mentre mal sopportiamo la massa di sconosciuti.
Per quanto possa sembrare assurdo, il luogo dove ancora si fa l’antica esperienza del popolo-in-senso-buono è il Festival. Al Festival – di musica, di teatro, di cultura gastronomica, di libri, di cinema – ritroviamo finalmente questa massa non massa, questo popolo breve. Una piccola porzione della società che però non scolora immediatamente nell’indistinzione: un mini popolo di persone per una volta coordinate fra loro da una passione. Se al supermercato o per la strada camminiamo nervosamente tra la gente e la odiamo, ci intralcia, ci fa paura, ci restituisce il sospetto che anche noi siamo nel novero degli zombie, al Festival invece strusciamo spalle e gomiti di centinaia di sconosciuti con cui potremmo avere qualcosa in comune. All’improvviso, la nostra vita non si limita più alla lista della spesa e alle serate con il computer in grembo a guardare Netflix

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